“SOLO TERRA, SPINI, E CIELO” / UN RICORDO DI AZELIO APOLLONI

Ci sono vite che raccontano, come fosse un libro, le piccole e grandi vicende di un uomo; gli amori, le passioni, i dolori, la fatica, la gioia, le miserie, le meschinità, gli slanci e le ricadute. Poi, però, ci sono vite che raccontano di più. Che non raccontano solo la vita dell’uomo che l’ha vissuta, ma raccontano la storia di tutta una comunità.

E’ questo il caso di Azelio Apolloni, che ha intrecciato la sua lunga vita, durata quasi un secolo, con quella della comunità che ha contribuito a costruire, quella di Castelverde.

Aveva vent’anni appena Azelio quando, raccolto il coraggio e quel poco di bagaglio, si lanciò nell’avventura che cambiò la vita sua e della sua famiglia per le generazioni successive.

Azelio era venuto al mondo il primo giorno di gennaio del 1930 ad Arcevia, e lì, tra le colline della frazione di Caudino, crebbe con la sua famiglia, e si fece uomo, e si fece contadino. Una vita, come tanti, dettata dai tempi delle stagioni e del lavoro nei campi, uguale a quella del padre e del nonno e del padre di suo nonno.

Ma allo scoccare dei suoi vent’anni, una voce lo raggiunse, come un sussurro, un alito di vento che travalicando le valli e le colline gli solleticò i timpani, mentre erano chino sulla terra. La voce era partita chilometri a valle, precisamente da Barbara, da dove Alfredo Tozzo aveva cominciato a diffondere la notizia che a Roma si andava formando una cooperativa agricola, che cercava gente di buona volontà e braccia operose, e che alla fine si sarebbe diventati proprietari della terra; una chimera per quei contadini marchigiani, schiacchiati da generazioni dal peso della mezzadria. E più Alfredo viaggiava avanti e indietro per Roma per organizzare tutto, e più sua figlia Mariola macinava chilometri con la sua bicicletta, correndo, volando, di podere in podere per informare e raccogliere le adesioni dei contadini, più la voce si ingrossava, e tutta la valle del Misa, da Arcevia a Senigallia, fu come attraversata da un vento nuovo.

E questo annuncio, questo vangelo della terra, giunse anche ad Azelio, a Caudino di Arcevia. Partire non fu facile. Lasciare il noto per l’ignoto. Una vita di fatica, sì, ma conosciuta, per un’avventura incerta e piena di rischi. Ma Azelio decise di partire. Perchè aveva vent’anni e una vita da affrancare dalla miseria. Come lui in tanti in quei mesi affrontarono il viaggio che li avrebbe portati qui, nell’Agro Romano, dove la Cooperativa S.A.C.C.Di. (Società Anonima Cooperativa Coltivatori Diretti) aveva acquistato una vasta tenuta abbandonata di proprietà del duca Pio Grazioli; circa trecentocinquanta ettari di sassi, rovi, e spini. Nessuna casa. Nessun riparo. Solo un ovile di pecore, lungo quella che era via Fosso dell’Osa.

“Quando semo arrivati qua, – raccontava Azelio – ‘emo trovato solo terra e spini c’era, e cielo. Non c’era nient’altro, c’era il capannone a Ovile, e basta.“

“Quando semo arrivati, il 18 luglio, c’era il sole, faceva caldo, la prima cosa ch’emo fatto se semo sbracati tutti addosso al muro [dell’Ovile NdA] ‘andò c’era un pò d’ombra, proprio era una cosa incredibile. Siamo arrivati in camion e in pullman. Sul camion c’era un po’ de roba, e sul pullman c’eravamo noi, con parecchia roba sopra. Non c’era autostrada. Abbiamo fatto  tutta la Flaminia, fino a Roma, al dazio di Prima Porta. Lì c’ha fermato, ha guardato tutto quello che c’avevamo. Poi, semo passati dentro Roma, semo usciti a Porta Maggiore, e poi la Prenestina, fino a via del Fosso dell’Osa. Non è che semo venuti qui, qui ‘n c’era niente. Semo andati lì al capannone. Già lo sapevamo che dovevamo arrivare lì. La prima volta semo venuti per vedere, era il 18 marzo. Però, quella volta, ‘n ce semo venuti a vede, emo visto solo lì al Fosso dell’Osa, e c’ha detto che c’era sta terra de qua. Quella de là l’emo vista. C’era l’erba medica, e il grano. Era bellissimo. Da noi, alle Marche, era così. Quassù era così. Semo rimasti come salami, noi. Chi aveva visto mai una cosa del genere. E c’ha detto che c’era sta terra de qua. Se vedeva solo tutto bosco.“

“Io so arrivato il 18 luglio, il 18 luglio del ’50. Semo arrivati tutti assieme praticamente. Ce n’era un gruppo de sei o sette persone prima, che era arrivato qualche giorno prima. Venivamo da Arcevia, frazione Caudino, tra Sassoferrato, Pergola e Arcevia. C’avevo vent’anni in quell’anno lì. Eravamo agricoltori, contadini. L’ho detto un sacco de volte: lì se cantava, se fischiava, se ballava, se faceva tutto. So’ arrivato a Roma, ho smesso de’ canta, ho smesso de’ fischià, ho smesso de fa tutto. Perché c’era solo lavorà, solo lavorà”

Le condizioni di vita che trovarono i contadini ormai ex mezzadri marchigiani erano tremende. Gli uomini venuti a luglio del 1950 trovarono sistemazione proprio nell’ovile – da qui viene il nome di Ovile, oggi Villaggio Prenestino – ripulendolo del letame, costruendo delle brande con paletti di staccionata e fil di ferro, e facendo di quel capannone la loro nuova casa.

La Cooperativa aveva dato incarico ad una ditta edile romana di realizzare le case coloniche in tempo per novembre, quando le famiglie, mogli e figli, terminati i lavori nei campi, avrebbero dovuto lasciare i poderi a mezzadria. Ma la ditta fallì, e delle case non se ne fece nulla; e con l’inverno ormai alle porte, decine di famiglie si ritrovarono senza casa. Si sistemarono alla buona proprio dentro all’ovile, realizzando divisori precari con tavole o coperte, decine di famiglie tutte assieme senza luce, senza acqua, senza servizi igienici. Altre famiglie si sistemarono nel baraccone degli operai della ditta edile fallita, a Castellaccio. Una vita di miseria e lavoro. Dei circa trecenti contadini che avevano aderito alla Cooperativa, solo in cento resistettero e rimasero. Tra questi, Azelio.

“Due, tre giorni dopo che semo arrivati – continuava Azelio – il 18 luglio, emo cominciato subito a lavorà, a fa le fondazioni per le  case su via Fosso dell’Osa, quelle case lissù, verso la marana. Pe fa sta strada, c’è voluto ‘n sacco de tempo. Questa l’emo fatta tutta a mano, coi picconi, le cariole con le rote de legno. Mica queste de adesso. Le cariole del legno con le rote de legno. C’era tutta una macera, che partiva da qui in fondo e arrivava fin su in cima. La macera che divideva Castelverde dai Selci, la parte più giù. Quella roba lì, quei sassi, sta tutti lungo via Massa San Giuliano. C’era Gigetto Petrini, lui c’aveva il motocarro, e noi lavoravamo sulla strada.”

Le famiglie lentamente si organizzarono. Vicino all’ovile c’era un forno che tutti utilizzavano per fare il pane. La vita era dura, ma c’era la gioventù e la voglia di andare avanti.

Ci fu poi il giorno che stavano tutti all’Ovile, pioveva e non potevano lavorare, e siccome i lotti della Cooperativa ancora non erano stati assegnati, a un socio venne in mente che, visto che non si poteva lavorare, tanto valeva decidere l’assegnazione dei lotti. E i lotti di terra vennero estratti a sorte col sistema dei bigliettini nel cappello di un socio della Cooperativa.

Ad Azelio toccò un lotto di terra all’inizio di Castelverde, nella parte che si affaccia sulla via Polense. “Questa si chiama tuttora Valle dei Morti – raccontava – perché siccome che di fronte a noi c’era il lago, prima, c’era la famosa Gabii, allora quelli di Castellaccio, combattevano contro questi qua di Gabii, e siccome i morti erano tanti, questa s’è chiamata la Valle dei Morti. Comunque, da Villaggio Prenestino ce so due cuniculi, adesso so tagliati, però c’era i cuniculi che da Villaggio Prenestino veniva a finì fino qui sotto. Addirittura qua a duecento metri c’era l’uscita, c’era ancora qualche pezzo.“

Una vita costruita con fatica, mattone su mattone, insieme alla moglie Elide Campanelli, di Castelleone di Suasa, dove era nata l’8 agosto del 1931.

Vicino ad Azelio andò a vivere, era il 1953, suo fratello Mario, che lo raggiunse dopo la chiusura della miniera di Ca’Bernardi, dove lavorava. Dopo i primi anni incerti di amministrazione della Cooperativa – col primo amministratore che sottrasse ai contadini i soldi delle cambiali che questi versavano, il conseguente sequesto di beni e raccolto, il commissariamento – proprio nel 1953 Mario divenne presidente della Cooperativa, impegno che mantenne fino al 1978, quando la Cooperativa, in una commossa assemblea, si sciolse.

Negli anni successivi Azelio fu molto attivo nel quartiere. Nel 1963 insieme a Ugo Cori e ad altri compagni fondò la Sezione di Castellaccio del P.C.I.; nel 1966/1967 fondò insieme ad altri cittadini il Comitato di Quartiere di Castelverde, risultando il più votato tra i candidati; nel 2002 contribuì a fondare l’associazione Lacus Gabinus, per la valorizzazione della storia di Gabii, della quale fu presidente onorario.

Con Azelio, scomparso lunedì 19 ottobre 2026 all’età di 96 anni, se ne va uno degli ultimi fondatori di Castelverde e Villaggio Prenestino.

Se ne va uno dei pionieri, uomini e donne che nell’esperienza della Cooperativa, condividendo tutto, lavoro, cibo, gioie, miserie, col sudore della fronte hanno trasformato una landa desolata nel fiorente quartiere che conosciamo oggi.

Se ne va una vita, che non racconta solo la vita dell’uomo che l’ha vissuta, ma racconta la storia di tutta una comunità.

Fabrizio Petrolati

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